Sigismondo

Forte, bello, raffinato, elegantissimo; desiderato dalle donne, invidiato dagli uomini, odiato da molti, ammirato da tutti. Condottiero geniale, reputato il migliore; coraggioso e temerario, sempre in testa ai suoi uomini; ferito innumerevoli volte, eppure mai domo. Signore della guerra, ma disastroso in diplomazia; assolutamente incapace di districarsi nella ingarbugliata situazione italica di metà Quattrocento. Passionale e impulsivo, mutevole nelle opinioni e nelle alleanze, tanto da venire spesso considerato inaffidabile e pericoloso. Presente su tutti i campi di battaglia per garantirsi la sopravvivenza della Signoria e le risorse necessarie a soddisfare le proprie  smisurate ambizioni. Protagonista di infinite contese col nemico Federico da Montefeltro, nel tentativo (reciproco) di ampliare i rispettivi confini, troppo angusti per i loro grandi sogni. Reso feroce e crudele dalla durezza delle mille battaglie; e tuttavia dolce con la madre, tenero coi figlioletti, poetico con l’amata Isotta. Così attaccato alla sua Rimini, dove riposano le ossa degli antenati, da esser disposto a morire mille volte pur di non scambiarla con qualunque altra città. Qui e nei castelli del territorio permangono i segni forti e importanti della sua strategia militare. Estremamente colto e sensibile, ha avuto la capacità di cogliere prima d’altri i fermenti artistici che stavano sbocciando in Italia. Infatti il Tempio Malatestiano costituisce in assoluto la prima espressione di quella temperie fantastica e irripetibile che fu il Rinascimento; una testimonianza imperitura che il genio di Sigismondo ha lasciato alla città. Pur avendo concluso la propria vita in un triste declino materiale, la cultura, l’intelligenza e l’acume del precorritore gli hanno ottenuto quel che la diplomazia o le armi non gli avrebbero comunque saputo mai dare: l’immortalità.

                                                                                                                                                                    Oreste Delucca

L’INFANZIA

Sigismondo Pandolfo Malatesta nasce a Brescia il 19 giugno 1417, alle ore 15, da Antonia da Barignano e Pandolfo III, signore di Fano. Fin da piccolo era soprannominato dai familiari Pandulfino.

Ad educare Sigismondo e i fratelli Galeotto Roberto e Domenico (detto in futuro Novello), avuti illegittimamente da due concubine, è la zia Elisabetta Gonzaga. Elisabetta, moglie di Carlo, signore di Rimini, diede loro un’istruzione rigida sotto il profilo culturale, fisico e delle pratiche militari.
Secondo la descrizione di Cesare Clementini, Sigismondo si presenta alto e di grande corpo, con pelle tra il bianco e il bruno, capelli castani fino al collo, piccoli occhi azzurri con ciglia lunghe sovrastati da sopracciglia arcuate, naso aguzzo e labbra sottili. Caratterialmente è un uomo orgoglioso, superbo, curioso, precipitoso e lunatico. È amante delle feste, dei banchetti, delle donne e della caccia, durante la quale è spesso accompagnato dai suoi cani. La sua non può essere considerata un’infanzia, poiché prende le redini del Vicariato di Rimini a 13 anni, in seguito alla morte improvvisa dello zio Carlo nel 1429. Il territorio da lui governato non è molto ricco e non gli garantisce le risorse economiche necessarie per realizzare i suoi progetti ambiziosi. Per la sopravvivenza del Vicariato, lui e il fratello Novello si schierano come avversari in modo che nessuno effettivamente vinca e il territorio non si perda completamente.

LE PRIME CAMPAGNE MILITARI

Capitano di ventura molto rispettato e amato dai suoi uomini sin da subito, intraprende numerose guerre, diventando un abile condottiero: in 19 anni partecipa a ben 17 guerre. Appena sale al comando si trova ad affrontare numerosi nemici: il papa vuole riprendersi il vicariato, ma nel 1430 Sigismondo sconfigge le truppe pontificie; Pesaro si allea con Urbino per avere vantaggi e occupare Rimini, tanto che Sigismondo si trova costretto ad andare travestito a Cesena per prendere soldati e difendere la sua città. Nel 1433, approfittando di un periodo di crisi, intraprende campagne militari per ampliare il proprio dominio, impegnandosi contemporaneamente nella bonifica di un’area nelle Marche, ripopolandola con coloni Slavi, Albanesi e alcuni Italiani, che costruiscono grandi fattorie (una a Montemarciano, “Casa Bruciata”, donata poi a Isotta).
Per incrementare e rafforzare il proprio patrimonio, nello stesso anno sposa Ginevra D’Este. Il loro è un matrimonio politico basato solo sull’unione delle due famiglie ad interesse di Sigismondo.
In concomitanza alla sua vita privata, il signore di Rimini investe le forze per lottare con le truppe pontificie, mostrandosi suddito del papa. Infatti nel 1435 conquista Bologna per restituirla al pontefice Eugenio IV, ma si rende conto che la vera intenzione di questo è riprendersi il potere. Sigismondo si trova allora costretto a fortificare i castelli e le rocche del Vicariato e nel 1437 inizia a costruire Castel Sismondo.

Dall’estate del 1437 si impegna nella lotta contro Niccolò e Francesco Piccinino, al servizio del duca di Milano. Nel frattempo le relazioni con i Montefeltro, dapprima tranquille, iniziano a deteriorarsi quando Federico Duca di Urbino, si allea con il pontefice Pio II, suo acerrimo nemico. Infatti, per unificare i suoi territori romagnoli e marchigiani, Sigismondo deve conquistare la città di Pesaro, progetto che non porta mai a termine. Nel 1440 Niccolò, sostenuto dai Montefeltro, viene inviato da Filippo Maria Visconti a infastidire i territori degli Sforza e dei Malatesta: Sigismondo e Novello devono così scendere a patti con Piccinino e firmare una tregua con il Duca di Urbino per riavere i territori perduti.

DALLA MORTE DI GINEVRA ALLA MANCATA CONQUISTA DI PESARO

L’8 settembre 1440 Ginevra muore e due anni dopo Sigismondo sposa Polissena Sforza, dato che il padre di questa gli promette di aiutarlo ad imporre il proprio dominio su Pesaro. La città viene tuttavia occupata da Galeazzo Malatesta e questo rovina nuovamente i rapporti tra Sigismondo e i Montefeltro. La tregua tra i due viene sancita dalla pace di Cremona del 1441.
Nello stesso anno acquisisce il palazzo del Cimiero (nell’attuale via Gambalunga a Rimini) che diventerà poi sede vescovile. Questo gli permette di incontrare nel 1445 Isotta degli Atti, inizialmente amante e in futuro sua terza ed ultima moglie nel 1456. Tra il 1442 e il 1443 le truppe della Chiesa e del regno di Napoli invadono i territori sforzesco-malatestiani, sostenuti da Firenze e Venezia. Nonostante questo Sigismondo non si arrende e tenta ancora una volta di conquistare Pesaro, senza riscuotere successo.
L’alleanza tra le due famiglie viene meno quando lo Sforza sconfigge le truppe di Francesco Piccinino e, lamentandosi della mancata partecipazione di Sigismondo, assolda Federico da Montefeltro nel proprio esercito. Quest’ultimo riesce inoltre a combinare il matrimonio tra la nipote di Galeazzo (Costanza da Varano) e Alessandro Sforza (fratello di Francesco), ottenendo il dominio di Fossombrone e garantendo a Francesco la città di Pesaro. Sigismondo allora volta le spalle al suocero e si allea con Eugenio, Alfonso d’Aragona e Filippo Maria Visconti.
Nel marzo 1445 Sigismondo viene nominato generale della Chiesa ed entra al servizio del re di Napoli.
Polissena muore nel giugno del 1449 e ciò porta la famiglia Sforza ad incriminare il marito del decesso.
L’anno seguente Sigismondo abbandona l’alleata Venezia a causa dell’inganno da parte di Francesco Sforza e Federico da Montefeltro, che lo illudono di conquistare Pesaro.

LA DIFESA DI RAGUSA, LA PACE DI LODI E LA RIVALITÀ CON PIO II

Gli interessi politici spingono il Signore alla difesa di Ragusa (oggi Dubrovnik), osteggiata da Stefano Duca di Bosnia: la città è in una posizione strategica facilmente raggiungibile via mare da Rimini. Per rafforzare i rapporti mercantili Sigismondo promuove un patto con Ragusa: esonerare i mercanti riminesi e ragusani dal pagamento delle tasse. Sempre per interessi politici, nel 1453 inizia a riappropriarsi delle terre di cui si è impadronito precedentemente Alfonso d’Aragona. Durante queste campagne, nel 1454 arriva la notizia che Costantinopoli è caduta in mano ai Turchi; per tale motivo le maggiori potenze italiane arrivano alla “Pace di Lodi”, nella quale Sigismondo non viene considerato. L’esclusione di questo è causata dalla rottura dei rapporti con Alfonso a seguito di un accordo saltato: il Malatesta, ritrovatosi in totale isolamento, si allea quindi con gli Angioini.
Nel 1457 nasce il primo figlio con Isotta, Giovanni, che però muore subito dopo la nascita; seguiranno altri tre figli: Sallustio, morto a 10 anni; Antonia, impiccata per adulterio una volta adulta e sposata; un altro, di cui non si conosce il nome, nasce senza vita. Intanto papa Callisto III muore e al suo posto viene eletto Pio II. Il nuovo pontefice vuole riappacificare i territori italiani, compresa Rimini, esclusa dalla pace. Sigismondo però, per partecipare all’unione, deve sottostare alle volontà del papa donandogli molti suoi castelli che, a sua insaputa, vengono ceduti direttamente a Federico da Montefeltro. Il Malatesta, perso ogni potere, si trova in un completo isolamento diplomatico: inizia qui il declino del suo prestigio.

IL TRAMONTO DEL SUO POTERE

La situazione precipita e il giorno di Natale del 1460 Sigismondo viene scomunicato da Pio II. La decisione del pontefice di fargli guerra fino alla totale sconfitta è sostenuta dall’intera Lega, costituita da lui stesso, dal re di Napoli, dal duca di Milano e da Federico da Montefeltro. Pandolfo si ribella e il 2 luglio del 1461 ottiene la sua più grande vittoria a Castelleone di Suasa, dopo quella di Monteluro, contro l’esercito ecclesiastico. Da questo momento Federico da Montefeltro, per ordine di papa Pio II, dichiara guerra a Sigismondo. Finiti gli scontri, il signore di Rimini ottiene il perdono dal papa, rimanendo in possesso solo del piccolo vicariato di Rimini.

Sarcofago di Sigismondo (in alto); veste ritrovata all’interno del sarcofago (in basso)

Isolato, vede diminuire rapidamente le risorse finanziarie e il prestigio: per questo cerca di recuperare i possedimenti richiedendo nuove condotte per sé e per il figlio Roberto e tentando di stringere nuovi rapporti diplomatici con gli altri Stati. Gli restano vicine solo Milano e Venezia: dal 1464 al 1466 partecipa volontariamente alla crociata contro i Turchi in Morea, senza successo né guadagno. Stanco e malato, gli viene permesso di fare ritorno in Italia e il 9 ottobre del 1468 muore.
Dopo la sua morte prende la temporanea reggenza del suo stato, ormai ridotto ai minimi, la moglie Isotta e il figlio Sallustio, successivamente spodestati dal figlio illegittimo Roberto, avuto da un’amante di Fano.
Sigismondo desiderava raggiungere l’immortalità e si può dire che ci sia riuscito: oggi parliamo ancora di lui.