I dipinti

Nel campo delle arti figurative le innovazioni rinascimentali affondano le radici nel XIV secolo: ad esempio le ricerche intuitive sullo spazio di Giotto, di Ambrogio Lorenzetti o dei miniatori francesi vengono approfondite e portate all’estremo rigore, fino ad arrivare a produrre risultati rivoluzionari.
Furono almeno tre gli elementi essenziali del nuovo stile:
• formulazione delle regole della prospettiva lineare centrica, che organizzava lo spazio unitariamente;
• attenzione all’uomo come individuo, sia nella fisionomia sia nell’anatomia che nella rappresentazione delle emozioni;
• ripudio degli elementi decorativi e ritorno all’essenzialità.
Le Signorie (ma non solo) si trasformano in veri focolai di cultura e fanno a gara nel farsi abbellire i palazzi come simbolo di prestigio, investendo in arte e sui migliori e più famosi artisti.
In Romagna lo sviluppo artistico viene favorito dalla signoria di Sigismondo Pandolfo Malatesta che chiama a lavorare nella città di Rimini artisti come Leon Battista Alberti, Agostino di Duccio e Piero della Francesca, che creano opere marcatamente celebrative del committente, alla cui morte però nessuno raccoglie l’eredità. Per quanto riguarda la pittura è da ricordare sicuramente il celebre affresco commissionato a Piero della Francesca all’interno del Tempio Malatestiano. Questo affresco ritrae Sigismondo in preghiera davanti al suo omonimo santo protettore. Dietro al dipinto c’è un significato politico oltre che religioso: nelle fattezze del santo si celano quelle dell’imperatore Sigismondo di Lussemburgo che nel 1433 investe il Malatesta come cavaliere e ne legittima la successione dinastica, ratificandone la presa di potere.

 

APPROFONDIMENTO SULL’AFFRESCO

Piero dipinge l’affresco nel 1451, utilizzando una tecnica mista che prevede anche l’uso di interventi a secco per evitare che la calce presente nell’intonaco fresco bruciasse alcuni dei colori utilizzati. Questa scelta ha portato però nel tempo alla caduta dei colori più brillanti, soprattutto negli abiti dei due personaggi, nel tappeto e negli specchi marmorei sulla parete. Il dipinto doveva avere un grande impatto cromatico. In origine il santo, seduto su un trono rivestito da una gualdrappa verde, doveva avere un cappello totalmente rosso, una tunica damascata dorata e orlata di rosso, un manto azzurro foderato di agnello con un calzare bianco e l’altro rosso. Sigismondo Malatesta viene invece dipinto con calze rosse e un ferraiolo color vinaccia con rabeschi a melagrano, foderato di verde azzurro. Piero della Francesca ritrae i personaggi con vesti variopinte perché a quel tempo erano simbolo di prestigio e ricchezza. Sigismondo viene rappresentato insieme ai suoi due levrieri ai quali la critica ha attribuito molti significati. Si pensa infatti che i due cani possano significare: protezione, vigilanza e più di ogni altra cosa la fedeltà, di giorno e di notte, che può richiamare quella “dei cristiani verso Cristo” (Lavin 1984). Alcuni studiosi ritengono invece che i cani di colori opposti simboleggino il Bene e il Male oppure lo Stato della Chiesa e il Principato. I due animali potrebbero tuttavia non avere alcun significato simbolico e sono stati rappresentati perché sempre insieme a Sigismondo. Sulla destra è presente un oculo con la vista della rocca identificata dall’iscrizione sulla cornice: Castellum Sismundus Ariminense. L’affresco ha subito negli anni dei restauri importanti come quello del 1820, in cui fu pesantemente ridipinto. Nel 1943, durante la seconda guerra mondiale, è stato staccato dalla parete della cappella, trasferito su tela per evitare danneggiamenti e portato temporaneamente a Bologna. Dopo essere stato esposto a Firenze nel 1954, è stato risistemato all’interno del Tempio.